martedì 24 maggio 2011

Intervista con M Tabe (Marco Tabellini), prima parte


Caro Marco questa è la seconda volta che facciamo due “chiacchiere” assieme. La prima volta abbiamo parlato della compilation Guitars An Anthology of Experimental Solo Guitar Music da te curata per l’etichetta discografica indipendente “Setola di Maiale”; ora siamo qui per il tuo nuovo lavoro, il Guitar Improvvisation Project con Alchimistica. Approfittiamone per presentarti meglio ai lettori del Blog: come mai ti firmi “M Tabe”? Come è nato il tuo amore e interesse per la chitarra e con quali strumenti suoni o hai suonato? Qual è il tuo background musicale?

M Tabe è semplicemente l’abbreviazione di Marco Tabellini – mi è capitato e mi capita di usarla senza ragioni particolari; a volte la preferisco semplicemente perché è più minimale e immediata.
Come tanti, ho iniziato a frequentare la chitarra perché un amico suonava cover rock e volevo farlo anch’io. Dopo qualche anno di rock più e meno ortodosso, avendo conosciuto musiche diverse, jazz d’avanguardia e classica contemporanea, ho iniziato uno studio più personale e consapevole – ma non per questo disciplinato – delle potenzialità dello strumento, usando da subito l’improvvisazione, “preparando” lo strumento con oggetti vari e sperimentando tecniche e gesti eterodossi in combinazione con il vocabolario chitarristico tradizionale.
Altri strumenti: in privato studio il clarinetto, ma esclusivamente per diletto e arricchimento personale. Non amo particolarmente il polistrumentismo.

Tu hai già realizzato due dischi di improvvisazioni chitarristiche con Setola di Maiale: “15 improvisations for solo electric guitar” e “12 improvised compositions for solo electric guitar”. Non sei quindi nuovo a cimentarti su questi percorsi accidentati, ma che significato ha l’improvvisazione nella tua ricerca musicale? L’improvvisazione sembra ormai essersi guadagnata la reputazione di essere un genere musicale a se stante, indipendente dal jazz, dalla contemporanea…

L’improvvisazione è uno strumento, non ha significato in sè. Nel mio caso, non avendo un diploma in composizione – cosa che mi auguro di ottenere, nella prossima reincarnazione – è stata un metodo abbastanza naturale ed efficace, soprattutto in solo, per approfondire il mio studio nel modo più immediato possibile; e con “immediato” non intendo tanto “veloce”, quanto “non mediato da… (preoccupazioni di varia natura)”. Improvvisare mi è servito anche per affrontare alcuni piccoli paletti e limiti derivati dal mio background “di genere”.
Eseguendo una serie di brani/étude scritti negli ultimi anni, poi, mi sono accorto che nella ripetizione di frasi e gesti codificati si può trovare un grado di improvvisazione spesso molto più suggestivo di quello che si ottiene limitandosi a suonare materiale eterogeneo ogni volta – è interessante contemplare le minuscole differenze (veramente impreviste) fra più versioni dello stesso pezzo o addirittura dello stesso suono, o gesto.
È verissimo che da qualche decennio si è consolidato un “genere improv”, legato spesso a un’interpretazione approssimativa e qualunquista della pratica improvvisativa – Berio ne parla in modo ineccepibile e definitivo nell’Intervista sulla musica (pagg. 89-94); per quanto mi riguarda, mi trovo più d’accordo con quelle 5 pagine che con tutto il libro di Derek Bailey.

Derek Bailey era alla disperata ricerca di una improvvisazione non “idiomatica”, di un qualcosa assolutamente lontano da qualsiasi altro linguaggio o base musicale esistente; alla fine anche il suo modo di improvvisare è diventato un marchio di fabbrica, il suo stile… come definiresti il tuo stile?

Tralasciando l’indiscutibile influenza su numerosissimi chitarristi e musicisti, penso che Bailey sia sopravvalutato, o perlomeno valutato in modo poco obiettivo – quindi anche il discorso sulla sua influenza andrebbe rivisto in modo critico.
Un qualsiasi estratto di una sua performance, o album, presenta elementi interessantissimi dal punto di vista della tecnica e dell’aneddotica strumentale – penso all’uso di armonici inusuali e modulati sfruttando il ponte a cordiera, il ricorso a intervalli estremamente ampi, i ritmi spezzati, i contrasti fra certi elementi rumoristici e aperture liriche; il problema è che nell’arco della sua produzione ha sostanzialmente riproposto sempre le stesse cose, risultando carente in fattori per me importantissimi, come tensione, freschezza, dinamismo, curiosità. Paradossalmente, quello “stile” che si voleva non “idiomatico” risulta in pratica un altro idioma: un esperanto magari affascinante, ma alla lunga statico e prevedibile, e incapace di reggere il confronto con linguaggi più longevi e stratificati (consolidati grazie al contributo di diversi grandi compositori e interpreti).
Per quanto riguarda il mio stile, lo definirei grezzo, teso e austero.

continua domani

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